venerdì 16 dicembre 2011

A distanza di cinque anni

"Correggio sta a cinque chilometri dall'inizio dell'autobrennero di Carpi, Modena che è l'autobahn più meravigliosa che c'è perché se ti metti lissù e hai soldi e tempo in una giornata intera e anche meno esci sul Mare del Nord, diciamo Amsterdam, tutto senza fare una sola curva, entri a Carpi ed esci lassù. Io ci sono affezionato a questo rullo di asfalto perché quando vedo le luci del casello d'ingresso, luci proprio da gran teatro, colorate e montate sul proscenio di ferri luccicanti [...], insomma quando le guardo mi succede una gran bella cosa, cioè non mi sento prigioniero di casa mia italiana".

Pier Vittorio Tondelli, Autobahn, Altri libertini.

Questo è il primo romanzo in assoluto che ho letto di Tondelli,  quando nell'estate del 2006 mio cugino me lo regalò assieme a "La notte del Pratello" e "Ultimo dio" di Emidio Clementi e i best of di CCCP, Massimo Volume ed Üstmamò; trittico letterario più trittico musicale per prepararmi e immergermi in quella grande avventura che sarebbe stata il trasferimento a Bologna e l'inizio dell'università in questa città che si porta dietro un passato di un certo peso,  culturalmente e sotto-culturalmente parlando. 
Già a 19 anni, Tondelli aveva fatto il suo effetto. Aveva solleticato ancor di più quell'immaginario che anche in precedenza avevo del capoluogo emiliano (attenzione: non sono cascata dal pero quando sono arrivata in città perché non ho trovato nessun punk che mi proponeva di andare a buttare giù il muro di Berlino, sia chiaro. Avevo ben presente, nonostante fossi ancore nei teen, la realtà degli anni 2000 e che il 1977 era passato da un pezzo) e mi aveva permesso di spingermi un po' più in là con la datazione cronologica dei libri che leggevo (a parte qualche eccezione ritenuta da me di poco peso, durante il liceo gli scrittori importanti più "recenti" da leggere per me erano Kerouac o Hemingway, devo ammetterlo).
Poi sono passati un po' di anni, a Bologna mi ci sono ambientata e ho costruito una mia vita e un mio ben preciso immaginario (ma il sottofondo di quello che fu non se n'è mai andato, in forma positiva continua a ricordarmi che al Pratello è successa questa o quella cosa, e che quel Gianni Celati che tanto leggo e che vado ad ascoltare durante gli incontri negli spazi autogestiti è lo stesso Gianni Celati che stava anche dietro ad Alice), e io ho riletto Tondelli in un modo un po' diverso. Nel pieno dell'estate 2010, boccheggiante su un divano - oppressa dal caldo, dal vuoto e dall'assenza di stimoli di un paese di seimila abitanti della provincia più povera d'Italia -, leggere di nuovo Altri Libertini, e in particolare Autobahn, mi ha riportato a respirare, mi ha permesso di scappare per un attimo lungo quell'autostrada del Brennero (e finalmente avevo anche un'immagine mentale, perché prima dei 19 anni non ne avevo mai vista una, di autostrada "vera") e di crogiuolarmi in quel nonluogo (concetto che mi affascina non poco e che in quei quattro anni avevo approfondito) immaginario, con le note dei Kraftwerk in sottofondo.
Avevo più strumenti di analisi, più immaginario, più fotogrammi mentali a cui fare riferimento, più colonne sonore da affiancare a quei racconti metropolitani. Ecco perché, in seguito, ho deciso di approfondire la conoscenza di quest'autore dalla faccia timida che aveva scritto un libro così coraggioso da essere censurato (nel 1980), fino a volerci fare una tesi di laurea. Ed ecco perché oggi, a distanza di cinque anni da quella prima lettura, e nell'anniversario della morte di Pier Vittorio Tondelli, immagino di nuovo di essere in viaggio per l'autobahn del Brennero, verso il Mare del Nord.

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